La storia
Del territorio confinante con la città di Ivrea, occupato dai
Salassi e successivamente conquistato dai Romani, si ha poche notizie se non
dopo il 1183 su documenti dove appaiono compravendite di terreni tra abitanti
di Sessano e il Vescovo di Ivrea con l’utilizzo del castello di Chiaverano di
proprietà della Curia. Ma solo nel 1250 che i paesi di Bellesano, Bienca e
Sessano, stanchi dei soprusi dei paesi confinanti, chiedono la protezione del
Vescovo di Ivrea e stipulano un accordo promettendo di costruire e abitare
Chiaverano dove era situato il castello. Nel 1251 vengono redatte delle regole
di comportamento chiamati Statuti.
Dal 1200 al 1400 è un periodo di guerre fra Guelfi ( fedeli al Papa, Chiaverano
era ghibellina parteggia per i Savoja.) e Ghibellini (fedeli all’Imperatore )
che dividono in due anche Ivrea, con discordie e lotte per il potere tra il
Vescovo e la Credenza, tra Ivrea e Vercelli, fra i vari signori : Monferrato,
Savoia, Acaja, Visconti, Angiò, Valperga, S.Martino, con alternarsi di
alleanze, tradimenti e guerre per arraffare terre e castelli su cui gravavano
censi, fodri, banni e pedaggi.
Nel 1296 il Comune di Vercelli costruì con l’aiuto dei comuni di Donato, Sala e
Magnano una torre/Bastia sul crinale della Serra tra Chiaverano e Andrate, con
una guarnigione di 4 armati. Era questa una zona di pascolo e di transito e
dalla Bastia si poteva controllare il territorio fino ad Ivrea, quindi fu una
spina nel fianco per Andrate e Chiaverano che cercarono con mezzi legali prima
e poi nel 1308 stanchi di essere tartassati e addirittura carcerati se
pascolavano nella zona, assalirono la Bastia e la distrussero con le case e la
prigione. Seguirono poi le vertenze legali, ma spalleggiati del Vescovo di
Ivrea, riuscirono a spuntarla e dietro pagamento di un indennizzo ottennero il
controllo del territorio fino al torrente Viona sul versante Vercellese.
Nel 1339 divenne Marchese di Monferrato Giovanni II, alleatosi con i Ghibellini
di Ivrea e Valle d' Aosta, con i conti di Valperga e Biandrate, e con il
consenso di Azzo Visconti di Milano che assoldò e inviò al comando di Raimondo
Griver detto Capitan Malerba, 400 barbute tedesche (soldati a cavallo così
chiamati per la visiera sull’elmo chiamata barbuta) passarono la Dora e
saccheggiarono le terre del basso Canavese.
Il Marchese dopo aver preso Caluso e altri paesi del Canavese continuò le
scorrerie giungendo fino alle porte di Ivrea, e un gruppo di barbute arrivò ad
assediare Chiaverano, ma il castello difeso da una guarnigione di clienti al
comando del Castellano di Bard, Teobaldo di Challant, inviato da Amedeo VI di
Savoia, si difese energicamente e resistette senza cedere.
L’assedio durò tre giorni, una trentina di barbute con gli scudieri ( circa 100
armati ) circondavano il castello difeso da una ventina di clienti e un
centinaio di contadini delle ville intorno. Nei primi due gli assedianti si
limitarono a lanciare frecce e dardi, ma poi dato che nei dintorni del castello
di Chiaverano non vi era possibilità di viveri e gli assediati non si
arrendevano, alcuni dei più risoluti tentarono un assalto che fu respinto
facilmente. Tentarono allora un assalto in massa cercando di salire con delle
scale, ma neanche questa volta riuscirono a vincere la resistenza dei
chiaveranesi che si difesero con frecce e pietre lanciate dagli spalti, anzi
fecero larghi vuoti tra le file nemiche, tanto che presi coraggio fecero una
sortita sia i soldati che i contadini armati di forche, asce e bastoni mettendo
in fuga le truppe tedesche che non tenevano rimetterci la pelle per pochi
denari, così che lasciarono il campo e se ne tornarono a casa.
Agli inizi del X secolo, una carestia spaventosa aveva afflitto lungamente
tutta l’Europa provocando fortissimi rialzi del prezzo dei cereali, fame,
mortalità cui succedette in Piemonte un lento processo di ripopolamento e di
disboscamento delle campagne.
Ma soltanto verso la fine del XI secolo divengono sufficientemente frequenti le
testimonianze sui dissodamenti della terra nella nostra regione.
Tuttavia nel 1200 la conquista delle terre non è ancora un fatto compiuto, in
larghe zone la collina è ancora suscettibile di essere messa a coltura.
Ma il popolamento delle campagne non fu lasciato alla discrezione dei vari
gruppi che abitavano le zone più popolose; spesso vennero frapposti divieti e
pressioni affinché assumesse una certa direzione ovvero interessasse
particolari ceti.
Mentre i gruppi signorili si inurbavano mantenendo la riconferma dei privilegi
di cui avevano goduto in campagna, i contadini ne erano distolti e impediti da
clausole sempre più vincolanti nei patti stipulati con i signori dei castelli
vicini o con il Vescovo del luogo.